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Parmigianino - Antea 1530 - 1535 |


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Masaccio - Crocifissione - 1426 |
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Botticelli - Madonna col Bambino e angeli -1465 - 1469 |
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Raffaello Sanzio - Ritratto del Cardinale Alessandro Farnese, futuro Paolo III - 1509/11 |
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Pieter Bruegel - La parabola dei ciechi - 1568 |
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Caravaggio - Flagellazione 1607 - 1609 |
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El greco El Soplòn 1575 |
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Arazzo di lana - Manifattura Fiamminga - la cattura di Francesco I, Re di Francia 1528 / 1530 |
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Tiziano Vecellio - Danae 1544 - 1546 |
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Giacinto Gigante - Tempesta sul golfo di Amalfi 1837 |
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Artemisia Gentileschi - Giuditta & Oloferne 1625-1630 |
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Angelica Kauffman - La famiglia di Ferdinando IV, Re di Napoli 1782 - 1783 |
La StoriaIl Museo di Capodimonte è ospitato nell’omonimo palazzo, un’imponente costruzione circondata da un bellissimo parco, che fu commissionata a Giovanni Antonio Medrano da Re Carlo III di Borbone. Nel 1734 il Re decise di trasferire la collezione di dipinti che aveva ereditato da sua madre, Elisabetta Farnese, a Napoli ed il Palazzo, la cui costruzione iniziò nel 1738, fu scelto quale sede permanente. Nel 1758, venti anni più tardi, dodici stanze del piano nobile erano pronte per ospitare la collezione di dipintie nacque il Real Museo Farnesiano. Lo avrebbero visitato, tra i tanti, Winckelmann, Goethe, Fragonard e il marchese de Sade. Durante il decennio francese (1806-15), la Reggia diventa residenza di Giuseppe Bonaparte, e poi di Gioacchino Murat, e tutte le collezioni d'arte trasferite nel Palazzo degli Studi, attuale Museo Archeologico Nazionale. Re Ferdinando, tornato dall'esilio siciliano nel 1815, conferma la destinazione residenziale del palazzo ed intraprende nuovi lavori. Una schiera di pittori, scultori e artigiani sono chiamati a decorare le sale della Reggia e a metà secolo il palazzo è finalmente completato. Con l'Unità d'Italia, Capodimonte passa ai Savoia che promuovono l'arricchimento delle raccolte d'arte con il trasferimento di arredi e oggetti dai soppressi siti reali borbonici. Contemporaneamente si avvia anche la creazione di una galleria d'arte moderna acquistando dipinti di pittori contemporanei in prevalenza napoletani. Nel 1920 passa dalla dotazione della Corona al demanio, ma solo nel 1950 si decide di ripristinarvi la sua piena ed esclusiva funzione di Museo, attuando il progetto di Bruno Molaioli.
La collezione Farnese L'origine della collezione si deve all'azione politica e alle scelte culturali di Alessandro Farnese (1468-1549) , futuro Papa Paolo III. Comprensiva di importanti opere di pittura italiane ed europee è l'asse fondamentale delle raccolte del Museo. La collezione è in realtà formata da due nuclei distinti: la collezione romana, comprensiva per lo più di opere di artisti legati ai Farnese da rapporti di committenza (Raffaello, Sebastiano del Piombo, Tiziano, El Greco, i Carracci, Botticelli), che era conservata nel palazzo di Famiglia nei pressi di Campo dei Fiori; e la collezione parmense esposta a fine Seicento nel palazzo della Pilotta a Parma, con una rilevante presenza di opere di scuola emiliana, nonché un cospicuo numero di dipinti fiamminghi. La collezione romana Alla morte di Paolo III nel 1549, i nipoti Alessandro (1520-1589) e Ranuccio (1530-1565), entrambi cardinali, continuano ad arricchire la collezione. In particolare, il primo si circondai di una schiera di artisti (da Michelangelo a Tiziano, da El Greco a Bertoja, da Salviati a Guglielmo Della Porta), le cui opere costituiscono oggi il nerbo della raccolta. Il cardinale Odoardo (1573-1626) effettua nuove acquisizioni, richiede opere d'arte dai possedimenti parmensi, diventa nel 1600 beneficiario della raccolta di Fulvio Orsini, bibliotecario e consigliere artistico dello zio Alessandro. Dopo la sua morte, nel 1626, il Palazzo rimane disabitato e lentamente si spoglia; vi restano la grande statuaria, le raccolte di antichità - che il cardinale Alessandro aveva indissolubilmente legato all'edificio - nonché un numero residuo di dipinti che si ritennero di minore interesse per la collezione parmense che si andava costituendo nel ducato emiliano nella seconda metà del Seicento. La collezione parmense Con il duca Ranuccio I il ramo parmense della collezione acquista maggiore spessore. L'inventario dei suoi beni, redatto nel 1587, elenca una quarantina di quadri, per lo più di scuola parmense fra i quali il "Galeazzo Sanvitale" del Parmigianino e la "Zingarella" del Correggio. Un decisivo incremento avviene con le requisizioni dei beni dei feudatari ribelli (1611), quando pervengono nelle raccolte di famiglia dipinti di Giulio Romano, del Correggio, e di Bruegel. Mentre continua la spoliazione della collezione romana, nel palazzo del Giardino di Parma, di recente restaurato, confluisce un considerevole patrimonio d'arte di estrema rilevanza. Nell'ultimo decennio del secolo, Ranuccio II (1646-1694) matura l'idea di trasferire i pezzi migliori di questa raccolta in una "Galleria" ideata nel cinquecentesco Palazzo della Pilotta a Parma, dove trovano sistemazione 329 dipinti. I successori di Ranuccio II, Francesco (1694-1727) e Antonio (1727-1731), incrementano le raccolte con una serie di acquisti effettuati sul territorio del Ducato. Gran parte di questo materiale, costituito da oltre 170 dipinti, confluisce nell'Appartamento dei Quadri, altro nucleo espositivo, distribuito in sei stanze. Tra i dipinti, molte tele di chiara provenieneza ecclesiastica. L'ultimo duca di Parma, Antonio, muore nel 1731. Gli succede Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna ed Elisabetta Farnese. Dalla madre eredita, oltre al titolo, l'immenso patrimonio artistico di famiglia. Entrato a Napoli nel 1734, dispone il trasferimento di tutte le raccolte di famiglia conservate nei palazzi del Ducato di Parma e Piacenza, nella capitale del suo nuovo Regno. La collezione Borbone Con il patrimonio d'arte ereditato dai Farnese non si esaurisce l'attività collezionistica di Carlo di Borbone, del figlio Ferdinando IV, e dei loro discendenti. Un collezionismo che si alimenta secondo diverse formule: o con un rapporto di committenza diretta a pittori, almeno all'origine di prevalenza non napoletani, cui si richiede il compito di arredare (con vedute, paesaggi, raffigurazioni di costumi e di vita popolare, nonché ritratti e immagini celebrative della monarchia regnante) i più importanti siti reali, fra i quali la Reggia di Capodimonte; o alimentando, soprattutto dopo il trasferimento di tutte le raccolte d'arte e di antichità nel Real Museo Borbonico, l'acquisizione di opere del passato, ad integrare quanto già si possedeva per diritto ereditario dalla famiglia Farnese. A Capodimonte, si incrementano le collezioni affidando a pittori, di preferenza non napoletani, le immagini celebrative della dinastia. Negli anni di Carlo (1734-1759) e in quelli di Ferdinando lavorano per la Corte artisti come Giovanni Paolo Pannini, Francesco Liani, Raphael Mengs, Philipp Hackert, Angelika Kauffmann ed Elisabeth Vigée Lebrun. Oltre a recuperare a Roma il bottino d'arte depredato dai francesi nella Reggia di Capodimonte, durante le convulse vicende del 1799, i Borbone hanno modo di acquistare un discreto numero di importanti dipinti, tra i quali l'"Atalanta e Ippomene" di Guido Reni e il "Paesaggio con la ninfa Egeria" di Lorrain. Spedite a Napoli, queste opere trovano sistemazione, tra il 1801 ed il 1805, nella Galleria del Palazzo del Principe di Francavilla a Chiaia. Durante il decennio francese, riunite tutte le collezioni d'arte e di antichità nel Palazzo degli Studi, gli incrementi maggiori si hanno in seguito agli espropri del patrimonio di chiese e conventi soppressi, con prevalenza di opere di artisti di scuola meridionale. Nel 1814 si avvia la trattativa, definita poi nel 1817, per l'acquisto delle articolate collezioni del Cardinale Stefano Borgia (il cosiddetto Museo di Velletri). Con questa acquisizione entrano nelle collezioni borboniche oggetti d'arte orientale e occidentale, manufatti archeologici e opere medioevali e moderne, come la celebre "Sant'Eufemia" del Mantegna. Dalla seconda Restaurazione borbonica fino all'Unità continua, l'incremento delle raccolte, con una serie di acquisizioni di singole opere, per lo più di artisti napoletani o fiamminghi, e di intere raccolte. Degno di nota l'acquisto nel 1842 della collezione di Domenico Barbaja, impresario del Teatro di San Carlo, dalla quale arriva, tra gli altri, la "Sacra Conversazione" di Palma il Vecchio.
Dopo il decennio francese, destinata la reggia ad esclusivo uso di residenza della corte, e trasferite tutte le raccolte d'arte nel Real Museo, poi Real Museo Borbonico, si procede a Capodimonte come in altre residenze borboniche, all'incameramento di opere d'arte contemporanee, con preminente funzione di arredo, provenienti sia da doni offerti al sovrano, sia da prove eseguite da giovani artisti "pensionati" a Roma, sia ancora da acquisti operati dalla stessa Corte borbonica durante le periodiche esposizioni del Real Istituto di Belle Arti. Con l'Unità d'Italia le collezioni d'arte medioevale e moderna dell'antico Regno delle due Sicilie, sono di fatto divise in due tronconi e separatamente amministrate. Da una parte la Reggia di Capodimonte, destinata a residenza di Casa Savoia, dove si andava costituendo ad opera della amministratore della Real Casa, Annibale Sacco, un vero e proprio Museo costituito da tutta la suppellettile (armi, biscuits, porcellane, arazzi) proveniente dalle dismesse regge borboniche, e da una Galleria d'Arte Moderna, formata da opere di artisti viventi, di prevalenza napoletani. Dall'altra parte il Museo Nazionale, ex Real Museo Borbonico, alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione, dove vengono incrementate le raccolte promuovendo acquisti e donazioni. Dopo l'Unità le collezioni farnesiane e Borboniche acquisite allo stato italiano vengono ulteriormente incrementate, favorendo donazioni, come quello del legato d'Avalos, e procedendo ad una oculata politica di acquisti, seppur ridotti all'essenziale per privilegiare la qualità piuttosto che la quantità. E' con quest'ottica che vengono acquistati per la Pinacoteca di Napoli, nel 1901, la celebre "Crocefissione" di Masaccio e, nel 1903, lo splendido "Ritratto di Luca Pacioli", attribuito a Jacopo de' Barbari. Mentre si registra nel 1927 l'immissione del "San Ludovico di Tolosa", capolavoro di Simone Martini proveniente dalla chiesa di San Lorenzo, si avvia anche un sistematico processo di spoliazione delle raccolte, prelevando opere destinate ad arredare sedi istituzionali e di rappresentanza della nuova capitale del Regno d'Italia e delle delegazioni italiane all'estero o per decorare chiese, uffici e caserme napoletane. Nel 1926 vengono trasferite a Parma 138 dipinti farnesiani, come risarcimento delle presunte "usurpazioni" operate da Carlo di Borbone due secoli prima. Con la fine del secondo conflitto mondiale si avvia un programma di complessiva ridefinizione del patrimonio museale napoletano, imperniato principalmente sull'ambizioso progetto di Bruno Molajoli di trasferire la Pinacoteca con tutte le collezioni d'arte medioevale e moderna dalla sede del Museo Nazionale al palazzo di Capodimonte. Tra queste la raccolta che nel 1862 Alfonso d'Avalos, ultimo esponente del ramo di Vasto, Pescara, Francavilla, Troia e Montesarchio, lascia alla Pinacoteca Nazionale di Napoli. Pezzo pregiato della raccolta è la serie di sette arazzi di manifattura fiamminga del Cinquecento, eseguiti su cartoni di Bernard van Orley, conservati al Louvre. Raffigurano episodi della "Battaglia di Pavia" del 1525, con le truppe imperiali di Carlo V, comandate da Ferrante d'Avalos, vittoriose sull'esercito francese di Francesco I. Il resto della donazione d'Avalos comprende dipinti, ricami, miniature, stampe, armi; un insieme non omogeneo né per qualità né per orientamento di gusto, che spazia dai modesti paesaggi fiamminghi e dalle tele di devozione privata, alle opere di grandi seicentisti napoletani (Ribera, Pacecco, Vaccaro, Giordano), fino alle nature morte di Recco, Ruoppolo e Abraham Brueghel oltre alla consueta collezione dei ritratti di famiglia.
Inaugurato il nuovo Museo nel 1957, già in quell'anno vengono immessi nelle collezioni quadri di Bernardo Cavallino donati da Giuseppe Cenzato e un centinaio di dipinti dell'Ottocento provenienti dalle raccolte di Alfonso Marino. L'anno dopo Mario De Ciccio dona oltre 1300 opere, per lo più oggetti d'arte applicata, in gran parte porcellane e maioliche, raccolti in oltre cinquant'anni di attività antiquariale e di appassionato, competente collezionismo. Nel 1960 viene trasferita a Capodimonte, a titolo di deposito, la ricca raccolta del Banco di Napoli, articolata nei due nuclei principali di dipinti dal Cinquecento al Settecento, con la presenza di alcuni dei maggiori artisti meridionali (Andrea da Salerno, Cavallino, Guarino, De Mura, Solimena), e di opere dell'Ottocento napoletano. Fra le numerose acquisizioni avvenute in seguito da segnalare quella proveniente dalla donazione, del 1971, di Angelo e Mario Astarita composta da più di quattrocento oli, acquerelli e disegni di Giacinto Gigante e della Scuola di Posillipo. A titolo di deposito cautelativo sono pure presenti nelle raccolte di Capodimonte la "Flagellazione" di Caravaggio e l'"Annunciazione" di Tiziano entrambe provenienti dalla chiesa di San Domenico Maggiore. . |
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Il Museo e Le Gallerie Nazionali di Capodimonte Indirizzo: Via Miano 2, Porta Piccola, Via Capodimonte, Napoli |























